Cenere

"Non si parte – Riprendiamo le strade di qui, curvo sotto il mio vizio, un vizio che ha affondato al mio fianco le sue radici di sofferenze, fin dall'età della ragione – che sale al cielo, mi colpisce, mi rovescia, mi trascina" A.R. "Cattivo sangue"

Sospensione

Quanti memorabili entusiasmi
occorrono per osannare
un doloroso silenzio conquistato
nella stravaganza di infantili disappunti
che annebbiano il furore più opportuno;
l’esigenza di rinascere
per meriti propri
per proprie carni maciullate
per propri versi
per letali risonanze inabissate

quale orribile spavento
più terrificante
della consapevolezza
di essere schiavi audaci
di un un’impotenza sensoriale
l’assenza di colori
il bruciore di ghiacciai
le schiene rovinate dai colpi
tutto è impercettibile
dimenticato nei risvegli violacei
di albe errabonde
che sostano incattivite
sulla bellezza maestosa
di un porto sconfinato

celebrazioni piene di isteria
regalano demenza
ai predicatori di rimpianti
e la sacralità dei vecchi maestri
viene presa a calci e sputi
dalla miseria

l’infinito rumore mi ha tolto l’anima
mi ha fatto sanguinare le ossa
ed ha corrotto il mio stesso deridermi;

resta soltanto l’impercettibile miraggio
di lontanissimi spettri di seta
che mi cullano le palpebre nel fuoco
e vedo terre magnifiche
avvolte da mondi disconosciuti
alla dignità
dove drogarmi di sangue disumano
nella violenza più dolce.

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Grano nero

Disastratevi di fronte al piedistallo
che esercita universi inviperiti
fatti di schiere di soldati di cristallo
dinanzi al primo sole impalliditi,

emarginate le vostre intenzioni
come Giacinto, di Ebalo il protetto,
disapolliniaco in truci variazioni
di un Dio sconfitto al gioco per difetto

dimenticate canto e stravaganza
bellezza di un supino inebetire
l’Orsa Maggiore dipinge ad adunanza
inutili flagelli in disquisire

oracoli in ginocchio, false chiese,
sepolcri lacerati nell’incanto
di avere le più nobili pretese
di questi versi incolti farne un canto

Assassini, mendicanti, disastrati
figli del niente venduti per nessuno
orfani scialbi nel dubbio conservati
acrobati ammirati in Polifemo

pastore ormai ovidiano, già sconfitto,
ebbe da ricucire piu’ crateri
lontano dall’intento derelitto
di offrire a Toosa sconfinati mari

Ed agli Achei Grecia soccombette
Eurota finse terra, e persi in terra
più di quanto Giunone lì in lamette
decise di un Pavone farne serra

rimasi con un fiore sul ginocchio
l’ultimo suo sorriso incontrastato
nel primo freddo a lacerarmi l’occhio
memore di un lontanissimo passato

ormai lasciati ai fasti dei romanzi
sconclusionati e scritti nel bitume
nutrito col sudore degli avanzi
lasciati improvvisati nel marciume

non ho piu’ canti cui rendere conto
né santi osceni da dimenticare
solo il riflesso opaco sotto il mento
che è il prezzo di chi vuole sanguinare

Non ho il veleno socratico che impone
di fare scena muta al disservizio
di un cronistorico cervello cui ragione
ha dato il cambio gentilmente in screzio;

non ho la presuzione dei potenti
che ottengono col proprio divagare
tra coltri di benefici lamenti
il gusto incriminato dell’osare;

per quanto mi concerne faccio storia
dei suoi capelli sparsi in ogni dove
piuttosto che inventare una memoria
lacrimata in cicatrici od in alcove

ho voglia di affrontare Menefisto
Medlez, il satiro, dal passo storto,
il demone più nero e l’imprevisto
di avere nell’inferno un fiato corto;

sarà una buona scusa per tacere
come si fa quando senza parole
ombreggia lungo il collo del sudore
di rinnegata origine nel sole.

Curvone

Quest’acqua di mare cannibalesca ha cicatrici antichissime; le nasconde in mirabolanti colori distribuiti in base a non si sa quale alchimia, lacerando i volti degli osservatori con improbabili e moribondi silenzi.

Il contatto con la roccia è carne. Scorre perennemente un sangue imbiancato che sussurra sadicamente memorie prive di salvezza; è il patto stabilito tra l’anima selvaggia e quella oscura, l’unico ritrovo possibile è la notte più sconfinata.
Uno spacciatore di depravazioni affonda le gomme del cinquantino rubando con questi occhi stretti e neri intimità celate dalla reciproca constatazione; segue il tutto, l’incattivito, ha tanta ricezione quanto grasso nel culo. Guarda le sue gambe, fissa il mio disappunto, si accende una sigaretta nascondendosi dietro una roccia e aspetta. Poi gliela leggo tutta la paura, quando ripassa sornione in un finto tentativo di assemblaggio; costruiva morte e violenza ed ha ottenuto soltanto miseria. Povero, disarmato e senza speranza. Il destino dei futuri predicatori di divinità, a saperlo.
Dal capannone falsamente abbandonato si intravede l’occhio tremulo di un viandante perennemente scalzo; si vedono lì, sul terriccio, le orme ingigantite dall’umidità. La bicicletta parcheggiata in bella vista è un’attrattiva per la giustificazione di un assalto; vecchio trucco da militare mancato, lo stronzo non ha fatto i conti con il mio istinto protettivo.
Il richiamo del monte dai denti sgretolati è sempre più forte, un mostro di pietra che si accarezza il dorso prima dell’immonda tragedia; gli alberi dai colori sconfitti sono tutti piegati in preghiera, i venti incastrati sono forme di malcelata ribellione confusa con appartenenza. L’inverno è ancora lontanissimo, si vedono ancora petti addomesticati dal riflesso di un sole sentenziante, sudo dalle narici e penso soltanto ad un coltello che mi sfiora la gola.

Nascondigli

Scese con passo già stanco, le scarpe impolverate, gli occhi arrossati; il monte lo chiamava a sé trattenendogli i vestiti con la supponenza del vento inevitabile delle quattro del mattino, orario di rientro per gente che ha accantonato la speranza.
Fermò con lo sguardo un motociclista senza voce e pulì il coltello sotto una costellazione di oscurità. Aspettò un’ora. Due. Tre.
I mendicanti oscuravano i semafori facendo ombra con le gobbe nella pace spietata di una città priva di clamore. I ritardatari confluivano nel ventre delle vie principali sgomitando senza alcun ritegno. I deboli di cuore sostavano sulle finestre in attesa di un documento che regalasse loro la percezione palpabile dell’assuefazione.
Si mise gli occhiali, tolse i segni di lotta dal viso, toccò la roccia per l’ultima volta prima di danzare impettito in direzione della miseria suprema: ricordò per l’ultima volta l’orrore derivato dal così sia, si inginocchiò nella recita e pianse tutte le lacrime risparmiate in anni di depravati bagliori.
Una bambina vestita da clown lo svegliò nel tritacarne del giorno inoltrato massaggiandogli una tempia annerita. Si scambiarono uno sguardo d’odio prima di rimanere a distanza di spasmi.
La bellezza del dolore è impercepibile in quanto sorella della vergogna. Serve uno slancio di incestuose meraviglie per coservare l’arte cretina del divenirsi saggi.
Parlò per ore con un pederasta da quattro soldi, gli lasciò un civico torturandosi l’ansia e sorrise al cameriere del Greenseven sorseggiando di soppiatto l’ernia di una puttana cinese ormai destinata al macero; bella merda la perdita di sensi, ti estranea dalla crudeltà per affidarle, infine, il più miserabile degli eventi a venire. Una giostra corrotta, l’esistenza, mossa da violenza, rabbia, dimenticanza e sublime bellezza.
Si tolse i vestiti, si privò del finto sguardo, rimase immobile sotto i colpi di martello di una filosofia mai compresa.
Abbracciò per l’ultima volta l’idea di essersi reso complice, rubò un cerchio di luce e nel sonno più spietato rivelò il luogo della sepoltura.

Vedi

Diavolo di un silenzio
mi accompagni all’uscio
chiedendo documenti, ferite, traiettorie
vedendomi vagare senza faccia
lì dove il sole smette
di colorare immense distese
di aranceti insanguinati
rendendo complici nel buio
mendicanti assassini e predatori
della peggior specie

dovrebbe piovere
dicono quelli sotto la pioggia;
potrebbe non piovere mai più
dicono i coltivatori

io dico che non so
quanto potremo ancora
fingere di danzare
privi di gambe
e pieni di finta innocenza

ricordami di chiudere male
la porta
perché possa entrare chiunque
e spaventarsi
inorridendo
di fronte al mio petto disastrato.

 

Ossa in fiamme

Fate a meno
di fingere,
lacrimate argento
sui nefasti ori
sapendo di perdere in partenza;
questo mondo non vi vuole
ma non può fare a meno di voi
per erigersi a canto
quando il sole sorge

dimenticate le belle parole
perché valgono come un rimprovero
di madre

dimenticate la bellezza
perché l’avete già venduta
al primo clamore
che vi ha rotto l’anima
senza nemmeno chiedere
se ci fosse una disponibilità
d’azione
sugli occhi rossi

dimenticate la gloria
delle vostre incommensurabili
scopate al buio
in quei letti da quattro soldi;
nulla è più facile
di una felicità malmessa
che si nutre di rischi dozzinali

siate onesti
incattiviti
violenti e predatori;

se non ce la fate
andate a guardare
come muore il sole
sul letto d’acqua
infinita
che muove i desideri
piu’ scabrosi;

fate l’amore
o guerra
bestemmiate e pregate
divinità inventate dalle paure
di un mondo che vi ha costretto
ad avere volti disfatti
dalla distruzione

inventate nuove platee
siate puzzolenti di arte inesplosa;
correggete il coraggio dei pazzi
con un sorriso
infinita contemplazione

se non ce la fate
datevi alle droghe più pericolose
agli amanti più rari
vendetevi privandovi del mercato
e sfuggite a gambe levate
dalle promesse dei vostri
incantatori;

sono lì per farvi innamorare
di un’esistenza priva di senso
e giocano con il vostro destino
disegnandolo con lacrime mai versate.

66

Ho messo in pratica il fiato malato degli angeli, sono arrossito con violenza di fronte a scheletri bluastri; mi sono dedicato alla menzogna per amare la verità di vederla incolta; ho sussurrato parole d’inferno mentre mi tremavano le gambe, disertato platee, sconfitto dipendenze sublimi, riacciuffato per il collo magnificenze depositate negli autunni. Ho denigrato la cultura del sangue per poi ferirmi continuativamente, mi sono specchiato dinanzi al nulla ed ho visto divinità pronte a farsi da parte.

Certo

Sono nemico del perché
quello assuefatto
dall’ovvia risposta
di un’ipotetica contadina
che mi conta le dita
degli occhi
e poi si rende moglie
a me
così distante;
mai comprerò
quel biglietto di dolore
del rendermi complice
di certe disgraziate assuefazioni;

preferisco
andarmene per porti
sconosciuti
farmi nebbia
nella nebbia
morire, se possibile,
e non tornare mai
nei luoghi dove il sole
risplende;
accecato solo dall’odio
emigro nell’imbrunire
che si rende festa
sull’orlo dell’ultimo bicchiere
tracannato
come un insulto al piscio
che lascio andare via
in mancanza di vomito

ormai distrutto
sconfitto
arreso
ma mai compromesso;
ma mai compromesso;n evanescente
quest’ultima perversione
a me possibile
mi conto le ossa
e sono magre e deboli

e sono ossa
e sono magre e vuote

come queste parole.

Sonno

Taciuti mestamente i fasti allucinanti
riecheggiano soltanto lamentosi vuoti
tra i quali si distingue un gemito ingrigito
figlio di mani sanguinanti e arrese

Soldati rovesciati come fiaschi ormai in disuso
abbandonati all’estro di un vizio inviperito,
lampioni devastati nella solitaria luce
che affresca lo scenario depravato del mattino;

ghirlande ormai annerite, vagabondaggi ottusi,
perduti sciamanesimi, inneggianti soliloqui

Quale altra colpa accede al ristagnato oblìo
che dà certezze ferree di consumate glorie
vendute al prezzo osceno di un coraggio artificioso,
quale altra assurdità, quali vertigini ossequiose
contando già le rughe che sovrastano gli eccessi:
capirlo tardi è un trucco dal valore inestimato.

Ricordami
di quando non avevo fame
e disegnavo abbandoni
brillando
solo per la beatitudine
d’essere oscurato
dalle fronde
di alberi minacciosi
che sapevano benissimo
il tempo a mia disposizione
e quello
sprecato.

Riportami
nei monasteri luccicanti
insegnami il tuo buio
e tutta la bellezza
che ho dato via
nei vizi
che ormai hanno cicatrizzato
il mio viso.

Parlami
oltre lo sfinimento
riportami nelle zone
meravigliose
della bellezza.

Insegnami
a non sprecare
quel che mi resta

Di quelli che non sanno
questo ardire
possiamo farne causa
a dei, patrie, magnificenti
eserciti dell’ovvio,
sbandanti ciarlatani del protrarsi
in questo meccanismo scalcinato
che si fa iena e pecora e poi nulla
che resti poco dopo la carcassa
a terra riversata e solo nebbia
a cancellarne i tratti
agli occhi scemi.